Difficile a dirsi

di Antonio Faeti


Dopo avere osservato tanti disegni, dopo avere preso visione di tecniche, di stili, di modalità operative, si dovrebbe anche tentare di comporre un discorso unitario, ma, in questo caso, le proposte sono così numerose, e diverse tra loro, da consentire di esporre solo un insieme di note, via via raccolte e rammentate, osservando, notando, confrontando. Dopo aver ben guardato, infatti, ero dominato da un’impressione di cui non riuscivo a liberarmi: pensavo che la grande Chiara Carrer aveva innumerevoli allievi, in questo vasto ambito, mentre il sommo maestro, Roberto Innocenti, non ne avesse neppure uno. E quindi pensavo che il lavoro paziente, assiduo, meticoloso, il lavoro che comincia tanto tempo prima e poi va avanti lentamente tra fatiche, dubbi, tormenti, non era ormai più visibile, e questa è, del resto, la stessa impressione che ricevo dall’insegnare in una Accademia di Belle Arti: il culto della severa fatica non ha quasi più adepti, si crea con rapidità, si opera in fretta. Anche la scuola di un altro maestro, Federico Maggioni, sembra assai poco frequentata: basta osservare il suo recente capolavoro, le illustrazioni per il Cavaliere calviniano, e si nota che la severità dello stile, la passione della ricerca sperimentale, il guizzo limpido verso nuove forme non sono di facile acquisizione.
Queste tre constatazioni dovrebbero favorire il comporsi di una organica riflessione sullo stato delle cose: sembra più giusto concedersi una pausa, attendere ulteriori sviluppi nelle direzioni indicate, soppesare meglio certi sintomi. Del resto c’è però una riflessione che invece sembra urgente, ed è quasi un grido d’allarme: il cattivo uso, o meglio l’uso pigro del computer, stanno producendo un fenomeno che è insieme nuovo e molto negativo. Tornano di moda gli stili dei primi anni Cinquanta, riappaiono quelle figurine esili, calligrafiche, essenziali che connotavano le pagine di “Grazia”, di “Epoca”, di “Eva”: ma sono computerizzate, e quindi assolutamente tutte uguali. Così si ha, ad un tempo, il paradosso che comporta un’interessante opera di ricerca e scavo entro un passato che merita una vivace rivisitazione, ma con un monotono adeguarsi a un fraseggio minimo, costantemente ripetuto, riproposto solo nelle costanti più ovvie, senza l’apporto di molti apparati stilistici davvero in uso nelle epoche che vengono esplorate. Si tratta di un paradosso perché si ottengono stereotipi come premio di una ricerca che dovrebbe consentire di rileggere, di ricomporre, di riscoprire.
Sembra, ad un esame attento, molto attenuato il peso delle componenti stilistiche mitteleuropee, qualche tempo fa dominante in quasi tutte le rassegne: è una buona cosa, è anche questo un sintomo che indica il superamento di mode troppo incombenti e ingombranti. La scuola mitteleuropea vanta innumerevoli benemerenze, a suo tempo ha distrutto pigre consuetudini, ha rotto vecchi schemi visivi molto sedimentati, ha introdotto un grafismo e colorismo che al loro apparire sono apparsi molto innovativi: ma il ridondante manierismo a cui ha dato luogo, oggi è prevalentemente negativo.
Addolora, per contro, constatare come da noi non si guardi ai francesi di oggi con tutta l’attenzione che meritano. Ci sono esperienze sorprendenti, frutto di complesse ricerche, ci sono proposte che irrompono davvero a rompere consuetudini: la scuola francese è attentamente seguita, proposta, illustrata, premiata da noi, ma non si nota nessun nostro allievo, non sembra che nell’ambito degli illustratori si tenga conto di certe memorabili lezioni. Poi, pensando a un Lorenzo Mattotti, esule in Francia, non si può non rammentare, ancora una volta, l’epoca struggente e gloriosa in cui, proprio a Bologna, creavano, discutevano, innovavano, facevano ricerca: Andrea Pazienza, Filippo Scozzari, Daniele Brolli, Igort e lo stesso Mattotti. Non avremo mai più un gruppo così straordinario di talenti, tutti nello stesso luogo, siamo stati puniti per non aver saputo trattenerli?
E c’è un ultima carenza: abbiamo, oltre ai disegnatori citati, una fulgida scuola, un nobilissimo passato. Come mai, invece di riproporre, col computer, gli stereotipi di moda negli anni Cinquanta, non si studiano Gustavino e Pompei, Bisi e Rubino, Natoli e Manca, Chiostri e Mussino? Sembra, in definitiva, che buoni risultati siano stati ottenuti nei prodotti medi, sembra che esistano dignitose correnti iconografiche, sembra quasi del tutto sconfitto un pressapochismo duro a morire. Ma si vorrebbero vedere emergere talenti davvero nuovi, si vorrebbe restare stupiti, si penserebbe a qualche strada non ancora percorsa.
È sempre difficile a dirsi come si debba operare: l’arte come esperienza di John Dewey, l’arte come mestiere di Bruno Munari fanno ancora riflettere. Ogni copertina di Fulvio Bianconi per le edizioni Garzanti, era un prodigio di riflessione, era un trionfo di delizie tecniche, era una frizzante rivisitazione del testo. Già: ma chi era Fulvio Bianconi, dove e quando è vissuto?

























La prima sensazione

di Andrea Rauch


La prima sensazione, abbastanza forte, è stata di sorpresa. Per il numero delle illustrazioni presentate, decisamente e inaspettatamente alto. E di buona, a volte ottima, qualità. Per chi, come me, era programmato a riflettere sul mondo dell’illustrazione italiana come su un parente stretto della classica Cenerentola, la sorpresa è stata piacevole.
Sorpresa confortata poi, via via che venivano esaminati gli artefatti, dal giudizio di merito che, nel complesso, era sempre largamente positivo. Pochissime, per dire, le illustrazioni insufficienti o addirittura dilettantesche. Gli artisti che hanno sottoposto all’Associazione il loro lavoro recente si sono presentati con una specie di vestito buono; si tratta di professionisti, a volte anche molto giovani, ragguardevoli, attenti alle tendenze del mercato e al mondo editoriale e di relazione. Un panorama del tutto confortante, con molta fantasia e molto entusiasmo, i cui risultati maturi si vedranno meglio negli anni futuri.
Questo è, a mio parere, il quadro generale che esce dalle cartelline rigonfie della selezione. Si legge la consapevolezza dell’importanza dell’occasione e si offre una ricognizione di settore generale di buon spessore. Una specie di chiamata agli Stati Generali del disegno italiano attuale, con i leader riconosciuti, i talenti emergenti, i maestri ‘storici’.
Chi avrà la pazienza curiosa di sfogliare le pagine che seguono potrà individuare dunque frutti acerbi ma in via di maturazione e ‘segni’ affermati. Alcune entries è possibile riconoscerle, attribuirle e giudicarle a colpo d’occhio, segno della buona fama degli autori e quindi di una loro importante presenza sul mercato, altre si muovono ancora alla ricerca di una strada personale. Alcuni sperimentano cercando originalità, altri si adagiano in un mestiere consueto e rassicurante. Un mosaico di molte esperienze e professionalità, di vario livello ma complessivamente alto e stimolante.

Il volume che state sfogliando fotografa la situazione in Italia hic et nunc, con le sue difficoltà e i suoi risultati, miserie e nobiltà. Ci racconta di rivoluzioni ‘epocali’, dei passaggi tecnici che l’illustrazione ha vissuto in maniera a volte traumatica (en passant si citeranno il numero altissimo di illustrazioni elaborate ‘al computer’ e che testimoniano di un modo ‘moderno’ di accostarsi alla professione, ma anche di una diffusa attenzione a quello che il contesto internazionale presenta). Se non tutto, tra quelle carpette di disegni, era bello o originale, sicuramente l’insieme aveva un sapore decisamente sprovincializzato. Saltava agli occhi un mondo di operatori e artisti consapevoli, in divenire, brulicante di interessi e di potenzialità. Con i problemi irrisolti di sempre, certo (economici e di rapporto, di attenzione della committenza ecc.), ma complessivamente un panorama che lascia molto sperare.



























Quante immagini!

di Ferruccio Giromini


Ma allora non è affatto vero che l’illustrazione italiana è in calo (come sembrava). Qui ci sono molte bellissime prove ben decise a testimoniare il contrario.
Però mi viene da fare, con un sogghigno maligno, il guastafeste. Mi sia concesso mescolare un po’ le carte sul tavolo – sono abituato, basta guardare la mia scrivania – magari addirittura rimestare un po’ nel torbido. Questo, perché i trionfalismi non mi sono mai piaciuti, così come non sopporto affatto le lagne programmatiche; invece provo (e tengo) sempre a mettere un pallino di nero nel bianco e un pallino di bianco nel nero, a guardare ora lo yin dalla prospettiva dello yang e ora lo yang dall’angolazione dello yin.
Allora: il contesto dell’illustrazione italiana, data periodicamente per spacciata da tanti flagellanti e lamentosi cantori del malaugurio, invece dà segni di vita insperati e rigogliosi, sotto il punto di vista qualitativo ma soprattutto quantitativo. E di questo ci possiamo rallegrare finalmente tutti: autori, utilizzatori, consumatori. È un dato di fatto, ormai. Molto bene.
Ma ciò non significa che si viva nel migliore dei mondi possibili. Anzi. Lasciateci dire che per il settore specifico l’Italia resta, malgrado tutto ciò, una landa dalle attrattive quanto mai dubbie. Gli illustratori non mancano, ciò è evidente. Le potenzialità espressive nemmeno, si direbbe. Però, accidenti, latitano clamorosamente ben altre componenti essenziali ad uno sviluppo realmente florido dell’attività creativa nella produzione d’immagini.
Possiamo dirlo? Mancano editori coraggiosi. Mancano art director sapienti. Mancano consumatori curiosi di novità. Il gioco comune resta all’appiattimento, verso il basso naturalmente.
E, in una situazione del genere, gli illustratori stessi non sono stimolati più di tanto: quando ti si chiede di limitare la tua creatività, altrimenti la gente (i clienti, le agenzie, i lettori, i bambini, i chicchessia del caso) non ti capirà, beh, allora un’importante battaglia è già persa in partenza.
Cultura non significa semplicemente conoscenza del passato, ma capacità d’invenzione e realizzazione del futuro. E in un’atmosfera comune tanto superficiale, che ogni benedetto giorno mira solo ai guadagni immediati e mai alle possibilità d’investimento e di ricerca, l’illustratore viene tutt’altro che incoraggiato a provare, a osare, a crescere. Non lievita la cultura dell’immagine, così, ma s’intorpidisce.
Detto nella patria eletta della grande pittura dei secoli passati, sembra quasi una bestemmia. Ma vorremmo – da subito! – editori lungimiranti, art director geniali, consumatori esigenti, produttori d’immagini sempre più colti e sorprendenti. Chiediamo davvero troppo?

























Dove sta andando l'illustrazione in Italia?

di Mario D’Adda


Tanti i lavori esaminati dalla Commissione per le 16 sezioni previste per l’Annual 2006 e, per quel che mi riguarda, una grande delusione per le opere relative alla pubblicità.
Poche,troppo poche. Ho cercato di darmi e farmi dare una risposta, ma nessuna mi ha convinto fino in fondo.
Anche il fumetto è arido di proposte nuove e convincenti.
Come mai? Dove sta andando l’illustrazione in Italia? Cosa manca,forse il coraggio di rischiare? Di provare cose e strade nuove?
Certo il momento non è dei migliori, ma devo credere che questo è solo un momento e, prima o poi, le cose cambieranno.
Almeno lo spero.


































Un pubblico "colto"

di Giulio Cingoli


Mi riferisco alla mia partecipazione all’esame dei lavori che sono stati presentati a codesta associazione, il giorno 21 dicembre 2005.
Ho rilevato una ottima qualità creativa e un alto livello professionale, per quanto riguarda la costruzione dei personaggi e l’impostazione dei racconti.
Ho notato anche una chiara tendenza a valorizzare le strutture narrative, con soluzioni che rendono più maturi i testi e più adatti a un pubblico che, anche se infantile è ormai certamente ben esercitato a invenzioni sorprendenti e dinamiche.
Ho rilevato anche alcune intuizioni tese a coinvolgere un pubblico più adulto, rispetto a quello classico dell’animazione. Anche questo è chiaramente il risultato di una giusta percezione della crescita culturale del pubblico, attento all’evolversi di questo settore dello spettacolo.
Particolarmente sono rimsto colpito dai pochi, ma significativi tentativi, sia nella stesura del racconto che nello stile grafico, di proporre soluzioni surreali decisamente adatte a un pubblico “colto”.