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Grazia Nidasio è stata ed è
tuttora una delle figure centrali della nostra illustrazione. Dal fumetto
alle copertine, dai libri per l’infanzia alla collaborazione con i
periodici, dalle vignette per i quotidiani alla divulgazione storico-scientifica,
senza dimenticare le fruttuose incursioni nel campo della pubblicità
e dell’animazione: sono ormai migliaia le tavole e i disegni che è
andata producendo nel corso di una attività che ha ormai superato
il mezzo secolo di vita. Muovendo dai lontani esordi attorno alla metà
degli anni ‘50 approdando subito alla lunghissima e fondamentale esperienza
con «il Corriere dei Piccoli». Qui, accanto a numerosi disegni
al tratto per racconti e filastrocche, dà vita ai suoi primi personaggi
(Alibella, il ladro Gelsomino) con le classiche vignette accompagnate da
rime baciate. In questa occasione, però, non è mia intenzione
ripercorrere le tappe di una vita e di una carriera ricca di soddisfazioni
e anche di importanti premi e riconoscimenti.
Varrà piuttosto la pena di concentrarsi su alcuni aspetti forse meno
noti della sua produzione, mostrando con ciò la straordinaria vitalità
e attualità del suo segno. Al tempo stesso è ben vero che
nessun illustratore nasce maestro di sé stesso e che ognuno ha le
sue radici, poche o tante, solide o fragili che siano. È perciò
necessario capire quali origini abbia il segno della Nidasio, quale sia
il segreto della sua freschezza e vivacità. Riprendo allora alcune
osservazioni scritte quasi due anni or sono per il mensile «Andersen.
il Mondo dell’Infanzia».
In quella occasione, analizzando proprio la sua prima produzione per il
«Corrierino», osservavo come, pur trovandosi dinnanzi a testi
sovente ben poco esaltanti, Grazia riuscisse felicemente a forzarli, talvolta
a rovesciarli come calzini o a ignorarli, per approdare ad un fatto allora
quasi inusitato: una rappresentazione dell’infanzia sempre più
vera e sempre più lontana dagli stereotipi che l’affliggevano
(e continuano in forme diverse e ancor più insidiose ad affliggerla).
I suoi, insomma, erano bambini e ragazzini che mangiavano, correvano, giocavano,
trepidavano, si arrabbiavano, ridevano e piangevano. Bambini e ragazzini
in cui riconoscersi e, se del caso, identificarsi. Ora in tutto ciò,
come ho scritto più e più volte in questi ultimi anni, vi
è anche un’implicita lezione, un’indubitabile sia pur
lieve ammonimento per tutti quei giovani artisti che pensano in buona fede,
o forse sviati da troppi improvvidi “esperti”, che basti imitare
gli stilemi di Jean Michel Basquiat o Keith Haring o copiare il segno di
qualche autore nostrano di successo per farsi illustratore. Illustrare è
arte difficile ed esige profondo impegno e continua incessante applicazione,
reclama metodo e cultura e soprattutto impone, mettendola al primo posto,
la capacità e l’intelligenza del narrare, del raccontare, dell’interpretare
un tema scritto.
In quegli anni la mamma della Stefi si rendeva progressivamente conto che
l’egemonia del “realismo consenziente” soffocava o condizionava
talenti straordinari. Con il suo lavoro contribuiva ad un superamento di
questo predominio, scalzandone dall’interno ruolo e presenza. In altri
termini, caduto l’alibi del consenso, strappato il velo dell’ideologia,
restava un segno ricco di sorridente ironia nel mettere in scena la quotidianità
infantile (e non). Si può ben dire che Grazia sia rimasta fedele
a questa lontana scelta, senza perdere smalto e vigore, registrando mutamenti
sociali e trasformazioni del costume, innovazioni e riflussi.
Se penso ad un fumetto come «Valentina Mela Verde», di cui Salani
ha riproposto alcuni anni or sono un po’ di storie non posso che lamentare
nell’oggi la assoluta mancanza di una simile protagonista in grado
di accompagnare i ragazzi con disinvolta allegria ma anche con costante
senso dell’impegno civile. Tavola dopo tavola alle bambine e alle
ragazzine di allora si offriva, come scrivevo per «Andersen»,
“una finestra aperta (e ventosa) sul costume e le politiche sociali.
Implicitamente però, si definivano e precisavano, con acutezza e
libertà, i territori della crescita, della presa di coscienza di
sé e del mondo”. Certo, il «Corriere dei Piccoli»
(e quello dei «Ragazzi») sono morti da tempo così come
appartiene al passato il rapporto della Nidasio con il mondo delle strip
e dei balloons. Restano, indubbiamente, il senso e la concretezza di una
preziosa esperienza che continua ancora più vitale che mai.
Accennavo prima alla «Stefi», “bambinetta” impertinente
e candida, divertente e determinata, la sorella minore di Valentina. Lei
continua a vivere nelle vignette per «Corriere Cultura», uno
dei supplementi del «Corriere della Sera». La ritrovo in disegni
svelti ed essenziali, quasi nervosi. Un po’ spaesata e magari sbalestrata
da una realtà che la sta stretta e che, ad evidenza non ama. Ma state
sicuri lei non molla, resiste, resiste, resiste. “Adesso basta!”
proclama buffa e solenne al tempo stesso, mentre semisepolta dalla neve
impugna la pala. La vignetta è del dicembre 2005 ma sembra perfetta
nel fotografare il disastro e l’insipienza amministrativa di una metropoli
come Milano, travolta da una forte ma non irresistibile nevicata proprio
nei giorni mentre scrivo queste righe. Ma la presenza della Stefi, uno dei
personaggi più longevi nel nostro mondo di carte, va sottolineata
anche perché è ormai imminente l’arrivo dei cartoni
animati che la vedranno indiscutibile protagonista.
La sua lunga collaborazione con il «Corsera» ci introduce ad
una fruttuosa e diversificata attività, difficile da seguire e assai
ardua da catalogare giacché, ben lo si sa, i disegni per i giornali
hanno, ahinoi, vita breve. Nascono con questa consapevolezza: come il volo
di una farfalla, nulla più che un battito d’ali. Eppure Grazia
mette in queste composizioni la medesima cura e l’identico fervore
con cui realizza le sue illustrazioni “maggiori”. Esemplare
è la figura de “Il Chierico Vagante” che fra la fine
degli anni ‘80 e la metà del decennio successivo apparve per
«Universo Università», commentando tendenze e progetti,
riforme e polemiche degli atenei italiani. L’idea era quanto mai felice,
poiché con un ricorrente e garbato anacronismo un dinoccolato e ipercinetico
studente universitario dialogava con un placido e massiccio fraticello.
Quest’ultimo, dato che le piccole storie si svolgono nel Medioevo,
è preso costantemente in contropiede dalle utopiche anticipazioni
del Chierico (“Non occorreranno amanuensi: si faranno a macchina!”,
afferma a proposito dei libri) si scandalizza, qualche volta piange dalle
risate o manifesta il più vivo e turbato stupore.
Ma quel che maggiormente mi stupisce sono i ritratti: per finezza di esecuzione
e per acutezza dell’indagine psicologica mai disgiunte dal consueto
filo rosso dell’ironia. Sono messe in scene fulminanti e nette, impietose
e, al fondo affettuose. Ritratti che, a parer mio, nulla hanno da invidiare
a quelli, giustamente esaltati, di Pericoli. Giovanni Verga ci guarda serio
e pensoso, il volto lungo e mesto, mentre il tratteggio fitto della matita
sul vestito e le ombre del viso lo fanno vieppiù balzare in primo
piano, mentre il fondo è chiuso da una drammatica scena marina, una
tempesta dove le onde plasticamente sono fatte (o diventano?) frammenti
di pagine sui quali si possono leggere nomi emblematici: ‘Ntoni, Mena,
Aci Trezza, Alessi. Pascoli, con la paglietta in testa, è un volto
paffuto dai baffetti setolosi: un aquilone che un vento frizzante trasporta
rapido. Fiabesco e nitido un Leopardi tutto di profilo colto a dialogare
con un loquace e gesticolante topino ed una rana. Quasi grotteschi ma perfettamente
caricaturati un atticciato, immanente e burbero Carducci contrapposto ad
un esile D’Annunzio in atteggiamento da dandy. Ma analoghe virtù
trovo in certe vividissime immagini ferme e fervide, quasi un ossimoro,
che trovo in alcuni libri per l’infanzia. A dimostrare come nell’operare
della Nidasio non vi siano alti e bassi, cose sulle quali impegnarsi meno
o da buttar fuori in fretta. Ho compreso da tempo che lei piuttosto preferisce
declinare un invito, rifiutare una commissione ma tutto deve essere connotato
dallo stesso rigore, da identiche cure e passioni. Aggiungo dalle medesime
esigenze di documentarsi, di essere il più possibile attendibili
e attenti. E questo è certo un tratto che la lega agli esiti più
alti dell’illustrazione degli anni ‘50-’60, al lavoro
di un Giorgio De Gaspari, di un Fernando Carcupino, di un Mario Tempesti,
alla straordinaria occasione offerta allora dai periodici. Ricordo che giusto
per il n.1 di «Portfolio» dell’aprile del 1981 Grazia
scrisse un ampio e documentato contributo invitando ad un’analisi
attenta, serena e completa dell’illustrazione di quel tempo. Un’analisi
che. manco a dirlo, continua a essere assente ancor oggi.
Torno allo spunto di poche righe sopra per citare almeno «Antonia
e le bottiglie di Morandi» delle Giannino Stoppani Edizioni dove la
figura massiccia del pittore, chiuso a mala pena nel pesante pastrano da
cui emergono gli ampi pantaloni e il gilet, mette in mostra accanto al collo
taurino e ai piccoli occhiali un che di fragile e malinconico. Fin dalla
IV di copertina e poi in forme diverse nella prima tavola interna che apre
il racconto, un William Faulkner elegante e sornione, mite e riassuntivo
fuma comodamente seduto su di una sedia a dondolo, sulla veranda di una
delle tante ville sudiste dalle vaghe forme neoclassiche. Dal fumo delle
pipa si levano ampie e pigre volute che danno vita al sogno. Il sogno di
Dulcie nel giorno del suo ottavo compleanno quando gli appare un magico
e stralunato ragazzo dai capelli rossi. Alludo a «L’albero dei
desideri» del 1998. E c’è solo da rimpiangere una collana
nitida e doviziosa come la «Contemporanea» Mondadori, quando
esistevano coraggio e lungimiranza editoriali, progetto e qualità
e non c’era bisogno di inseguire una serialità mediocre e compulsiva.
Ma il ritratto su cui mi sono soffermato è importante giacché,
nell’illustrazione, resta sempre a mezza strada, in un territorio
necessariamente ampio e indefinito, fra la deformazione satirica e la divulgazione.
Lande che Grazia ha agevolmente e profittevolmente percorso. Negli anni
d’oro di «Amica» realizza la serie impertinente e documentatissima
che l’editore Cartacanta ha in parte riproposto nel 2000 con il titolo
«Questi Grandi Amori»: Scott Fitzgerald e Zelda, Jacqueline
e l’armatore Onassis, Gertrude Stein e Alice Toklas, D’Annunzio
e la Marchesa di Rudinì. giusto per fare qualche nome. Qui il pennino
della Nidasio diventa un bisturi affilato e sottile che si muove e taglia
senza pietà alcuna, deforma, irride, critica. Lo stesso segno si
fa più concitato e nervoso, talvolta spiccio, all’apparenza.
Il tutto in una curiosa contaminazione narrativa che riprende con sottile
intelligenza i modi narrativi tipici dei Töpffer, dei Caran d’Ache,
dei Busch. Delle forme narrativa, insomma, che precedono e per qualche tempo
affiancano il nascente fumetto: una narrazione per immagini a cui si accompagnano,
in genere in calce, testi più o meno ampi. Un bianco e nero allusivo
e spietato, accompagnato da radi tocchi di colore e sottolineato da una
nitida e veloce scrittura in corsivo. Eppure in questa galleria di orrori
su cui ben volentieri si sofferma c’è spazio anche per l’ammirazione.
È il caso della sfortunata, appassionata figura di Cristina di Belgioioso
e del suo incrollabile amore per la Patria. Gli anni eroici del Risorgimento
ma anche le scandalose riflessioni sulla condizione della donna e gli intensi
esperimenti sociali (le cooperative di coloni, la scuola obbligatoria…)
Quando quattro anni or sono Einaudi Ragazzi per la bella serie al femminile
de «Le Sirene» affidò la biografia della principessa
alla scrittura tersa e avvincente di Angela Nanetti: fu naturale assegnare
le tavole alla Nidasio. Ne sortì, secondo me, uno dei suoi libri
più intensi e ricchi. Resta per me indimenticabile la tavola finale
con la figura allampanata e spettrale della Belgioioso che sola e malata,
le spalle curve, la testa piegata da un lato, non esita a guardarci con
occhi intensi, quasi febbricitanti, chiusa nel lungo vestito in nero su
cui fluido scivola un lungo, sinuoso drappo tricolore, mentre la destra
stringe una copia del suo saggio «Della presente condizione della
donna».
Basterebbe una tavola come questa per mostrare come la divulgazione (anche
se qui siamo ancora nel campo della fiction) per essere tale debba costantemente
coniugare l’informazione con il sogno, l’esattezza con l’evocazione,
la documentazione con il sorriso. Tralasciando anche qui i non pochi volumi
in gran formato realizzati per Mondadori con la Stefi, mi fermo invece sui
volumetti realizzati quasi tutti per l’amministrazione provinciale
di Pavia, suo territorio natio. Sono guide per ragazzi dedicate, ad esempio,
alla «Certosa», a «Il viaggio del Ticino», «all’Università»,
agli itinerari lungo le colline. Piccole guide dove i numerosi interventi
grafici accompagnano strettamente sia la parte scritta che l’apparato
iconografico donando un tocco in più di brio e sovente d’incanto.
È il caso soprattutto dei risguardi di copertina che celano limpide
eppur fitte cartine. Qui è per me bello soffermarsi, leggere e soprattutto
guardare, tracciare percorsi, cercare collegamenti, saltabeccare nel tempo
fra rane e oche, vigneti e abbazie, torri e risaie, battaglie e leggende.
E così senza sforzo alcuno Bertoldo potrà stare accanto allo
stilista Valentino senza fargli arricciare il naso, né Luciano Mastronardi,
intento ai suoi romanzi, proverà timore per gli elefanti di Annibale.
In queste tavole di inconsueta armonia trovo un intenso, vibrante aggiornamento
delle mirabili e fortunate tavole con «l’Imago Italiæ»
di Vsevelode Nicoùline, uno dei maestri che più amo.
Nel «Girando in Lomellina» vedo poi, ben evidenziati, gli inconfondibili
ritratti di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este. Se invece volete vedere
il profilo sottile e lo sguardo lievemente sprezzante di Bianca del Maino
dovrete cercare nella «Storia di Pavia» pubblicata a puntate
dalla «Provincia Pavese», scritta dal grande Gianni Brera. Per
questa opera Grazia ha realizzato tavole in bianco e nero di squisita fattura:
Bianca, altezzosa e sorniona, passa accanto ad un Ludovico dal volto torpido.
Fra i due c’è un fugace scambio di sguardi e tutta la composizione
si accende di ombreggiature lievi e di segni marcati, in un continuo gioco
di lumi; mentre lo sfondo brulica di personaggi realizzati con tratto rapido,
quasi accennato, lievemente beffardo. Il Giôan Brea, ride con l’immancabile
sigaro in bocca e la cravatta svolazzante: un bonario Gargantua sulle cui
spalle, diventate strada, arranca un gruppo di “girini”. Qui
veramente il bianco e nero diventa colore e dispiega tutte le sue infinite
potenzialità narrative. A partire dalla metà degli anni ‘80
un gruppo di illustratori italiani seppe trarre profitto dal successo dei
tascabili per l’infanzia per dar vita ad un linguaggio in gran parte
nuovo, fatto di accenni, segnali, tracce. Le restrizioni imposte dal formato
e dall’impaginazione diventavano assillo creativo, incentivo a trovare
nuove strade espressive, sintesi diverse, Grazia ovviamente era fra questi
ma penso anche a Federico Maggioni, Nella Bosnia, Emanuela Bussolati, Giulia
Orecchia.
E qui mi accorgo, in queste cartelle, di aver abusato e forse ripetuto certi
termini quali: freschezza, vitalità, ironia. Non so che farci, è
così. È la cifra complessiva del suo lavoro, sono i suoi volumi
per l’infanzia, il sodalizio che la lega a Donatella Ziliotto di cui
ha “decorato” alcuni bellissimi libri: È, a tal proposito,
la costante e rara capacità di entrare in sintonia con un testo.
Sono, ancora, il tocco modulato e lieve, l’inesausta inventiva e un
signorile distacco che non cela però passioni e impegno. Cosicché
il suo segno continua ad apparire spumeggiante, giovane, attuale. E anche
questa è una buon ammaestramento, un alto esempio per chi si affaccia
oggi al mondo dell’illustrazione. È un invito all’essere
sé stessi ma soprattutto al non fermarsi, al cercare, al rinnovarsi,
al non dar per scontato nulla, alla modestia ma anche alla consapevolezza
dei propri mezzi.
Ma vorrei concludere tratteggiando in breve un altro, insidioso, territorio
del suo operare: le copertine. Potrei fermarmi su «Il dottor Oss»,
inquieta figura à la Jules Verne, transitata dal fumetto per il «Corrierino»
al volume. Ma ho scelto invece un titolo della collana «Ex libris»
delle Edizioni E. Elle, si tratta di «Primo amore, ultimo amore»
di Susie Morgenstern, pubblicato nel 1994. Qui, come in altre serie, non
vi sono disegni interni e tutto viene quindi affidato alla cover. Due sono
le strade. O catturare l’attenzione del lettore, attirarne le curiosità
mettendo in scena le valenze drammatiche o umoristiche, cogliendone uno
dei momenti decisivi. Oppure tentare di riassumere in un solo disegno il
senso di una storia. Grazia Nidasio ha scelto questa strada. Qui, nell’articolarsi
della tavola, mi colpisce subito un particolare, secondario all’apparenza
ma capace di rendere l’insieme straordinariamente vivo e nitido, di
scolpirlo in qualche modo nella nostra memoria visiva. Alludo alla rutilante
e cangiante tovaglia optical art, il suo muoversi a onde e fasce fa del
tondo tavolo un fulcro vivo di nitida luce. Risale all’insalatiera
coloratissima eppur appena accennata attorno alla quale ruota il rispondersi
di gesti della coppia di giovani, nel loro sottile gioco di seduzione. Finché
par quasi riflettersi e sciogliersi nel chiarore morbido e avvolgente che
filtra dalla grande finestra dalla quale ammiccano in giallo gli edifici
della città e un cielo azzurro. Azzurro come l’aderente e svolazzante
camiciola della ragazza.
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