Grazia Nidasio

di Walter Fochesato

 

















Grazia Nidasio è stata ed è tuttora una delle figure centrali della nostra illustrazione. Dal fumetto alle copertine, dai libri per l’infanzia alla collaborazione con i periodici, dalle vignette per i quotidiani alla divulgazione storico-scientifica, senza dimenticare le fruttuose incursioni nel campo della pubblicità e dell’animazione: sono ormai migliaia le tavole e i disegni che è andata producendo nel corso di una attività che ha ormai superato il mezzo secolo di vita. Muovendo dai lontani esordi attorno alla metà degli anni ‘50 approdando subito alla lunghissima e fondamentale esperienza con «il Corriere dei Piccoli». Qui, accanto a numerosi disegni al tratto per racconti e filastrocche, dà vita ai suoi primi personaggi (Alibella, il ladro Gelsomino) con le classiche vignette accompagnate da rime baciate. In questa occasione, però, non è mia intenzione ripercorrere le tappe di una vita e di una carriera ricca di soddisfazioni e anche di importanti premi e riconoscimenti.
Varrà piuttosto la pena di concentrarsi su alcuni aspetti forse meno noti della sua produzione, mostrando con ciò la straordinaria vitalità e attualità del suo segno. Al tempo stesso è ben vero che nessun illustratore nasce maestro di sé stesso e che ognuno ha le sue radici, poche o tante, solide o fragili che siano. È perciò necessario capire quali origini abbia il segno della Nidasio, quale sia il segreto della sua freschezza e vivacità. Riprendo allora alcune osservazioni scritte quasi due anni or sono per il mensile «Andersen. il Mondo dell’Infanzia».
In quella occasione, analizzando proprio la sua prima produzione per il «Corrierino», osservavo come, pur trovandosi dinnanzi a testi sovente ben poco esaltanti, Grazia riuscisse felicemente a forzarli, talvolta a rovesciarli come calzini o a ignorarli, per approdare ad un fatto allora quasi inusitato: una rappresentazione dell’infanzia sempre più vera e sempre più lontana dagli stereotipi che l’affliggevano (e continuano in forme diverse e ancor più insidiose ad affliggerla). I suoi, insomma, erano bambini e ragazzini che mangiavano, correvano, giocavano, trepidavano, si arrabbiavano, ridevano e piangevano. Bambini e ragazzini in cui riconoscersi e, se del caso, identificarsi. Ora in tutto ciò, come ho scritto più e più volte in questi ultimi anni, vi è anche un’implicita lezione, un’indubitabile sia pur lieve ammonimento per tutti quei giovani artisti che pensano in buona fede, o forse sviati da troppi improvvidi “esperti”, che basti imitare gli stilemi di Jean Michel Basquiat o Keith Haring o copiare il segno di qualche autore nostrano di successo per farsi illustratore. Illustrare è arte difficile ed esige profondo impegno e continua incessante applicazione, reclama metodo e cultura e soprattutto impone, mettendola al primo posto, la capacità e l’intelligenza del narrare, del raccontare, dell’interpretare un tema scritto.
In quegli anni la mamma della Stefi si rendeva progressivamente conto che l’egemonia del “realismo consenziente” soffocava o condizionava talenti straordinari. Con il suo lavoro contribuiva ad un superamento di questo predominio, scalzandone dall’interno ruolo e presenza. In altri termini, caduto l’alibi del consenso, strappato il velo dell’ideologia, restava un segno ricco di sorridente ironia nel mettere in scena la quotidianità infantile (e non). Si può ben dire che Grazia sia rimasta fedele a questa lontana scelta, senza perdere smalto e vigore, registrando mutamenti sociali e trasformazioni del costume, innovazioni e riflussi.
Se penso ad un fumetto come «Valentina Mela Verde», di cui Salani ha riproposto alcuni anni or sono un po’ di storie non posso che lamentare nell’oggi la assoluta mancanza di una simile protagonista in grado di accompagnare i ragazzi con disinvolta allegria ma anche con costante senso dell’impegno civile. Tavola dopo tavola alle bambine e alle ragazzine di allora si offriva, come scrivevo per «Andersen», “una finestra aperta (e ventosa) sul costume e le politiche sociali. Implicitamente però, si definivano e precisavano, con acutezza e libertà, i territori della crescita, della presa di coscienza di sé e del mondo”. Certo, il «Corriere dei Piccoli» (e quello dei «Ragazzi») sono morti da tempo così come appartiene al passato il rapporto della Nidasio con il mondo delle strip e dei balloons. Restano, indubbiamente, il senso e la concretezza di una preziosa esperienza che continua ancora più vitale che mai.
Accennavo prima alla «Stefi», “bambinetta” impertinente e candida, divertente e determinata, la sorella minore di Valentina. Lei continua a vivere nelle vignette per «Corriere Cultura», uno dei supplementi del «Corriere della Sera». La ritrovo in disegni svelti ed essenziali, quasi nervosi. Un po’ spaesata e magari sbalestrata da una realtà che la sta stretta e che, ad evidenza non ama. Ma state sicuri lei non molla, resiste, resiste, resiste. “Adesso basta!” proclama buffa e solenne al tempo stesso, mentre semisepolta dalla neve impugna la pala. La vignetta è del dicembre 2005 ma sembra perfetta nel fotografare il disastro e l’insipienza amministrativa di una metropoli come Milano, travolta da una forte ma non irresistibile nevicata proprio nei giorni mentre scrivo queste righe. Ma la presenza della Stefi, uno dei personaggi più longevi nel nostro mondo di carte, va sottolineata anche perché è ormai imminente l’arrivo dei cartoni animati che la vedranno indiscutibile protagonista.
La sua lunga collaborazione con il «Corsera» ci introduce ad una fruttuosa e diversificata attività, difficile da seguire e assai ardua da catalogare giacché, ben lo si sa, i disegni per i giornali hanno, ahinoi, vita breve. Nascono con questa consapevolezza: come il volo di una farfalla, nulla più che un battito d’ali. Eppure Grazia mette in queste composizioni la medesima cura e l’identico fervore con cui realizza le sue illustrazioni “maggiori”. Esemplare è la figura de “Il Chierico Vagante” che fra la fine degli anni ‘80 e la metà del decennio successivo apparve per «Universo Università», commentando tendenze e progetti, riforme e polemiche degli atenei italiani. L’idea era quanto mai felice, poiché con un ricorrente e garbato anacronismo un dinoccolato e ipercinetico studente universitario dialogava con un placido e massiccio fraticello. Quest’ultimo, dato che le piccole storie si svolgono nel Medioevo, è preso costantemente in contropiede dalle utopiche anticipazioni del Chierico (“Non occorreranno amanuensi: si faranno a macchina!”, afferma a proposito dei libri) si scandalizza, qualche volta piange dalle risate o manifesta il più vivo e turbato stupore.
Ma quel che maggiormente mi stupisce sono i ritratti: per finezza di esecuzione e per acutezza dell’indagine psicologica mai disgiunte dal consueto filo rosso dell’ironia. Sono messe in scene fulminanti e nette, impietose e, al fondo affettuose. Ritratti che, a parer mio, nulla hanno da invidiare a quelli, giustamente esaltati, di Pericoli. Giovanni Verga ci guarda serio e pensoso, il volto lungo e mesto, mentre il tratteggio fitto della matita sul vestito e le ombre del viso lo fanno vieppiù balzare in primo piano, mentre il fondo è chiuso da una drammatica scena marina, una tempesta dove le onde plasticamente sono fatte (o diventano?) frammenti di pagine sui quali si possono leggere nomi emblematici: ‘Ntoni, Mena, Aci Trezza, Alessi. Pascoli, con la paglietta in testa, è un volto paffuto dai baffetti setolosi: un aquilone che un vento frizzante trasporta rapido. Fiabesco e nitido un Leopardi tutto di profilo colto a dialogare con un loquace e gesticolante topino ed una rana. Quasi grotteschi ma perfettamente caricaturati un atticciato, immanente e burbero Carducci contrapposto ad un esile D’Annunzio in atteggiamento da dandy. Ma analoghe virtù trovo in certe vividissime immagini ferme e fervide, quasi un ossimoro, che trovo in alcuni libri per l’infanzia. A dimostrare come nell’operare della Nidasio non vi siano alti e bassi, cose sulle quali impegnarsi meno o da buttar fuori in fretta. Ho compreso da tempo che lei piuttosto preferisce declinare un invito, rifiutare una commissione ma tutto deve essere connotato dallo stesso rigore, da identiche cure e passioni. Aggiungo dalle medesime esigenze di documentarsi, di essere il più possibile attendibili e attenti. E questo è certo un tratto che la lega agli esiti più alti dell’illustrazione degli anni ‘50-’60, al lavoro di un Giorgio De Gaspari, di un Fernando Carcupino, di un Mario Tempesti, alla straordinaria occasione offerta allora dai periodici. Ricordo che giusto per il n.1 di «Portfolio» dell’aprile del 1981 Grazia scrisse un ampio e documentato contributo invitando ad un’analisi attenta, serena e completa dell’illustrazione di quel tempo. Un’analisi che. manco a dirlo, continua a essere assente ancor oggi.
Torno allo spunto di poche righe sopra per citare almeno «Antonia e le bottiglie di Morandi» delle Giannino Stoppani Edizioni dove la figura massiccia del pittore, chiuso a mala pena nel pesante pastrano da cui emergono gli ampi pantaloni e il gilet, mette in mostra accanto al collo taurino e ai piccoli occhiali un che di fragile e malinconico. Fin dalla IV di copertina e poi in forme diverse nella prima tavola interna che apre il racconto, un William Faulkner elegante e sornione, mite e riassuntivo fuma comodamente seduto su di una sedia a dondolo, sulla veranda di una delle tante ville sudiste dalle vaghe forme neoclassiche. Dal fumo delle pipa si levano ampie e pigre volute che danno vita al sogno. Il sogno di Dulcie nel giorno del suo ottavo compleanno quando gli appare un magico e stralunato ragazzo dai capelli rossi. Alludo a «L’albero dei desideri» del 1998. E c’è solo da rimpiangere una collana nitida e doviziosa come la «Contemporanea» Mondadori, quando esistevano coraggio e lungimiranza editoriali, progetto e qualità e non c’era bisogno di inseguire una serialità mediocre e compulsiva.
Ma il ritratto su cui mi sono soffermato è importante giacché, nell’illustrazione, resta sempre a mezza strada, in un territorio necessariamente ampio e indefinito, fra la deformazione satirica e la divulgazione. Lande che Grazia ha agevolmente e profittevolmente percorso. Negli anni d’oro di «Amica» realizza la serie impertinente e documentatissima che l’editore Cartacanta ha in parte riproposto nel 2000 con il titolo «Questi Grandi Amori»: Scott Fitzgerald e Zelda, Jacqueline e l’armatore Onassis, Gertrude Stein e Alice Toklas, D’Annunzio e la Marchesa di Rudinì. giusto per fare qualche nome. Qui il pennino della Nidasio diventa un bisturi affilato e sottile che si muove e taglia senza pietà alcuna, deforma, irride, critica. Lo stesso segno si fa più concitato e nervoso, talvolta spiccio, all’apparenza. Il tutto in una curiosa contaminazione narrativa che riprende con sottile intelligenza i modi narrativi tipici dei Töpffer, dei Caran d’Ache, dei Busch. Delle forme narrativa, insomma, che precedono e per qualche tempo affiancano il nascente fumetto: una narrazione per immagini a cui si accompagnano, in genere in calce, testi più o meno ampi. Un bianco e nero allusivo e spietato, accompagnato da radi tocchi di colore e sottolineato da una nitida e veloce scrittura in corsivo. Eppure in questa galleria di orrori su cui ben volentieri si sofferma c’è spazio anche per l’ammirazione. È il caso della sfortunata, appassionata figura di Cristina di Belgioioso e del suo incrollabile amore per la Patria. Gli anni eroici del Risorgimento ma anche le scandalose riflessioni sulla condizione della donna e gli intensi esperimenti sociali (le cooperative di coloni, la scuola obbligatoria…) Quando quattro anni or sono Einaudi Ragazzi per la bella serie al femminile de «Le Sirene» affidò la biografia della principessa alla scrittura tersa e avvincente di Angela Nanetti: fu naturale assegnare le tavole alla Nidasio. Ne sortì, secondo me, uno dei suoi libri più intensi e ricchi. Resta per me indimenticabile la tavola finale con la figura allampanata e spettrale della Belgioioso che sola e malata, le spalle curve, la testa piegata da un lato, non esita a guardarci con occhi intensi, quasi febbricitanti, chiusa nel lungo vestito in nero su cui fluido scivola un lungo, sinuoso drappo tricolore, mentre la destra stringe una copia del suo saggio «Della presente condizione della donna».
Basterebbe una tavola come questa per mostrare come la divulgazione (anche se qui siamo ancora nel campo della fiction) per essere tale debba costantemente coniugare l’informazione con il sogno, l’esattezza con l’evocazione, la documentazione con il sorriso. Tralasciando anche qui i non pochi volumi in gran formato realizzati per Mondadori con la Stefi, mi fermo invece sui volumetti realizzati quasi tutti per l’amministrazione provinciale di Pavia, suo territorio natio. Sono guide per ragazzi dedicate, ad esempio, alla «Certosa», a «Il viaggio del Ticino», «all’Università», agli itinerari lungo le colline. Piccole guide dove i numerosi interventi grafici accompagnano strettamente sia la parte scritta che l’apparato iconografico donando un tocco in più di brio e sovente d’incanto. È il caso soprattutto dei risguardi di copertina che celano limpide eppur fitte cartine. Qui è per me bello soffermarsi, leggere e soprattutto guardare, tracciare percorsi, cercare collegamenti, saltabeccare nel tempo fra rane e oche, vigneti e abbazie, torri e risaie, battaglie e leggende. E così senza sforzo alcuno Bertoldo potrà stare accanto allo stilista Valentino senza fargli arricciare il naso, né Luciano Mastronardi, intento ai suoi romanzi, proverà timore per gli elefanti di Annibale. In queste tavole di inconsueta armonia trovo un intenso, vibrante aggiornamento delle mirabili e fortunate tavole con «l’Imago Italiæ» di Vsevelode Nicoùline, uno dei maestri che più amo.
Nel «Girando in Lomellina» vedo poi, ben evidenziati, gli inconfondibili ritratti di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este. Se invece volete vedere il profilo sottile e lo sguardo lievemente sprezzante di Bianca del Maino dovrete cercare nella «Storia di Pavia» pubblicata a puntate dalla «Provincia Pavese», scritta dal grande Gianni Brera. Per questa opera Grazia ha realizzato tavole in bianco e nero di squisita fattura: Bianca, altezzosa e sorniona, passa accanto ad un Ludovico dal volto torpido. Fra i due c’è un fugace scambio di sguardi e tutta la composizione si accende di ombreggiature lievi e di segni marcati, in un continuo gioco di lumi; mentre lo sfondo brulica di personaggi realizzati con tratto rapido, quasi accennato, lievemente beffardo. Il Giôan Brea, ride con l’immancabile sigaro in bocca e la cravatta svolazzante: un bonario Gargantua sulle cui spalle, diventate strada, arranca un gruppo di “girini”. Qui veramente il bianco e nero diventa colore e dispiega tutte le sue infinite potenzialità narrative. A partire dalla metà degli anni ‘80 un gruppo di illustratori italiani seppe trarre profitto dal successo dei tascabili per l’infanzia per dar vita ad un linguaggio in gran parte nuovo, fatto di accenni, segnali, tracce. Le restrizioni imposte dal formato e dall’impaginazione diventavano assillo creativo, incentivo a trovare nuove strade espressive, sintesi diverse, Grazia ovviamente era fra questi ma penso anche a Federico Maggioni, Nella Bosnia, Emanuela Bussolati, Giulia Orecchia.
E qui mi accorgo, in queste cartelle, di aver abusato e forse ripetuto certi termini quali: freschezza, vitalità, ironia. Non so che farci, è così. È la cifra complessiva del suo lavoro, sono i suoi volumi per l’infanzia, il sodalizio che la lega a Donatella Ziliotto di cui ha “decorato” alcuni bellissimi libri: È, a tal proposito, la costante e rara capacità di entrare in sintonia con un testo. Sono, ancora, il tocco modulato e lieve, l’inesausta inventiva e un signorile distacco che non cela però passioni e impegno. Cosicché il suo segno continua ad apparire spumeggiante, giovane, attuale. E anche questa è una buon ammaestramento, un alto esempio per chi si affaccia oggi al mondo dell’illustrazione. È un invito all’essere sé stessi ma soprattutto al non fermarsi, al cercare, al rinnovarsi, al non dar per scontato nulla, alla modestia ma anche alla consapevolezza dei propri mezzi.
Ma vorrei concludere tratteggiando in breve un altro, insidioso, territorio del suo operare: le copertine. Potrei fermarmi su «Il dottor Oss», inquieta figura à la Jules Verne, transitata dal fumetto per il «Corrierino» al volume. Ma ho scelto invece un titolo della collana «Ex libris» delle Edizioni E. Elle, si tratta di «Primo amore, ultimo amore» di Susie Morgenstern, pubblicato nel 1994. Qui, come in altre serie, non vi sono disegni interni e tutto viene quindi affidato alla cover. Due sono le strade. O catturare l’attenzione del lettore, attirarne le curiosità mettendo in scena le valenze drammatiche o umoristiche, cogliendone uno dei momenti decisivi. Oppure tentare di riassumere in un solo disegno il senso di una storia. Grazia Nidasio ha scelto questa strada. Qui, nell’articolarsi della tavola, mi colpisce subito un particolare, secondario all’apparenza ma capace di rendere l’insieme straordinariamente vivo e nitido, di scolpirlo in qualche modo nella nostra memoria visiva. Alludo alla rutilante e cangiante tovaglia optical art, il suo muoversi a onde e fasce fa del tondo tavolo un fulcro vivo di nitida luce. Risale all’insalatiera coloratissima eppur appena accennata attorno alla quale ruota il rispondersi di gesti della coppia di giovani, nel loro sottile gioco di seduzione. Finché par quasi riflettersi e sciogliersi nel chiarore morbido e avvolgente che filtra dalla grande finestra dalla quale ammiccano in giallo gli edifici della città e un cielo azzurro. Azzurro come l’aderente e svolazzante camiciola della ragazza.