Giovanni Mulazzani

di Pier Paolo Cornieti



















Parlare di Giovanni Mulazzani è come parlare di un grande vino vendemmia 1941. Lo stappi, lo assaggi e ti accorgi che la sua qualità è al massimo, non ha subìto cedimenti, ossidazioni e non sa di tappo.
Questo vuol dire che è costantemente migliorato nel corso degli anni e continuerà a migliorare. La classe non è acqua.
La cosa curiosa di questa metafora è che Giovanni è astemio.

Torniamo al 1941, l’anno in cui nasce in un paesino dalle parti di Pesaro e subito diventa ragazzo di Bottega. Perché il paesino si chiama proprio così.
E’ destino, la storia insegna, che tutti i ragazzi di bottega diventino poi degli artisti superando i loro maestri e succede anche per Giovanni che dal 1955 al 1960 frequenta l’Istituto d’Arte di Urbino, cinque anni altamente formativi.
Nel 1961 viene chiamato all’Istituto d’Arte di Bari dove trova una classe di coetanei e ben presto capisce che l’insegnamento non lo diverte. Così rifiuta l’incarico per l’anno successivo.

Poi la grande svolta. Nel 1962 raccoglie le poche cose in una valigia di tela cartonata, più pennelli, matite e tempere che altro, e parte per Milano a cercare lavoro come illustratore. Erano i tempi delle nebbie fitte, dei tram verdi e dei commenda.
I primi mesi sono difficili e consuma le suole visitando case editrici e agenzie di pubblicità. Riesce a pagarsi la cameretta della pensione, le michette e la Simmenthal con qualche illustrazione per un settimanale femminile, per le copertine di Bompiani e le diapositive che si proiettavano nei cinema di terza categoria.

Il colpo di fortuna arriva inaspettato e ha un volto, la proprietaria della pensione. La signora Mongini, questo il suo nome, aveva una forte simpatia per il ragazzo di Bottega così educato, preciso, ordinato e quando Bruno Bozzetto le telefona di sera per convocare un illustratore che aveva conosciuto mesi prima ma che nel frattempo aveva lasciato la pensione per tornare ad Ancona, ha la prontezza di rispondere che lì da lei ce n’era uno molto più bravo, da conoscere. L’incontro che segue lo proietta nello studio di animazione più famoso del momento.

E’ il 1963, un anno da ricordare. Allo Studio Bozzetto disegna scenografie e anche se il mondo dei cartoni animati è per lui completamente sconosciuto, impara in fretta la tecnica e la grammatica del cinema e si fa notare. Nei sei anni che vi rimane realizza due lungometraggi, decine di cortometraggi per il cinema, sigle televisive e tanti noiosissimi Caroselli.
Nel frattempo si sposa e diventa padre di due figli.

E’ da Bozzetto che conosce Libero Gozzini, altro promettente illustratore scelto come suo assistente per le scenografie del mitico cartoon West and Soda. Sono diversi come due gocce d’acqua (Mulazzani è acqua distillata, Gozzini è acquaragia) ma assolutamente complementari.
Diventano amici e sei anni dopo vengono risucchiati nel mondo delle agenzie di pubblicità.

Le agenzie sono un’altra storia e alla dorata Mc Cann si imbatte nel Direttore Creativo Sergio Mambelli che prima lo chiama come freelance per i layout Ferrero e poi gli propone una ricca assunzione come art director. Non accetta, dire no gli provoca una gastrite, ma vuole solo fare l’illustratore perché avere a che fare con le reason why, i meeting report e soprattutto gli account lo terrorizza.

Il 1969 ribolle ancora per gli sconvolgimenti del 1968 e Giovanni Mulazzani assieme a Libero Gozzini e Giancarlo Carloni affittano due stanze in una cascina di via Lecchi e fondano lo Studio Ink, sul modello del leggendario Push Pin Studio di New York. Il caterpillar dell’iniziativa era Gozzini, sempre alla ricerca di nuovi illustratori e di nuovi clienti. Entrano poi Michel Fuzellier, Juan Ballesta, Tomislav Spikic e lo Studio si allarga diventando ben presto famoso per le proposte innovative e l’alta qualità, ma anche per le feste, i litigi, gli scherzi tipo Amici Miei e il viavai di art director scapigliati e ragazzacce.
In quel periodo sforna centinaia di layout, storyboard, le copertine dei gialli Rizzoli,
per la collana Sanantonio della Mondadori, le illustrazioni per l’Europeo, per Airone, per Abitare, per la Mondadori Ragazzi, per Bompiani. Lavora anche per Playboy e questo gli preclude ogni rapporto con Famiglia Cristiana.
Realizza inoltre tante illustrazioni per importanti campagne pubblicitarie. Dice Gozzini: “Lo chiamavamo Il Maestro, termine con il quale si definiscono benissimo le sue capacità e la professionalità. Il suo lavoro è sempre pulito, essenziale e spettacolare. Ci trovavamo di sera a casa sua a sperimentare effetti speciali e la pittura materica con tempere incise, più macchie di china colorata. Poi lavavamo il tutto, raschiavamo con spazzole, spazzolini da denti e poi ancora miscele di aniline, diluenti, nitro trementina, spugne, stracci imbevuti di colore; roba da far esplodere l’appartamento. Allo Studio Ink dividevo lo studio con Giovanni e tenevo sempre la radio accesa perché lui parlava pochissimo, ma quando lo faceva non l’ho mai sentito dire cazzate. Oggi è un moderno Piero della Francesca che continua a fare illustrazioni grandiose”
E’ un’esperienza che dura vent’anni e all’interno dello Studio Ink vengono concepite la Mix Film di Mulazzani, Carloni, Spikic nel 1986 e la Quick Sand di Fuzellier e Cavazzuti. Con la Mix Film, Giovanni fa un tuffo all’indietro nel mondo dei cartoni animati e la società in seguito si trasforma e trasloca in un grande studio di via San Francesco: esce Spikic ed entrano Marco Didomenico e Gianluigi Toccafondo.
La Mix Film, Dio l’abbia in gloria, scrive The End nel 2003.

Oggi Giovanni ha trasferito il suo corpo, la fantasia, la voglia di sperimentare e crescere in un piccolo studio ricavato in casa sua. E’ sereno, produce lavori splendidi, ma quello che gli manca davvero è la presenza, anche saltuaria, di qualcuno che fa il suo stesso lavoro.
Da tempo lavora quasi esclusivamente con il computer, mezzo che agli inizi guardava e toccava con sospetto, ma che in seguito gli ha aperto nuove strade espressive e nuove sperimentazioni grafico-pittoriche soprattutto con il programma Painter della Corel. Il mezzo lo aiuta molto anche nei cartoni animati che riesce a produrre da solo senza dover ricorrere a collaboratori, tecnici, operatori.
Velocità di esecuzione e cambiamenti facili a lavoro fatto, ecco perché Giovanni è un devoto fervente di San Pixel.

Lavora per le copertine di Guanda grazie a Guido Scarabottolo che gestisce i progetti grafici di tutta la linea (Giovanni realizza illustrazioni che sono autentici piccoli capolavori densi di cultura e sensibilità artistica), poi per gli inserti del Sole24Ore, per Il Saggiatore, per Mediaset e saltuariamente per la pubblicità in genere.
L’avverbio “saltuariamente” sta a significare che oggi le illustrazioni sono sempre meno utilizzate nel mondo dell’advertising, come se si fosse perduta la cultura delle immagini che non provengono da una macchina fotografica, quindi la cultura della libera fantasia. A Mulazzani si rivolgono ancora gli art director della sua generazione,
specie in via di estinzione alla ricerca di idee originali, inedite. Gli altri art non sanno cosa si perdono e continuano a rovistare nelle foto royalty free delle banche immagini alla ricerca di un’idea che non c’è. Non pensano, fanno un banale copia-incolla di comodo utilizzando immagini che mille altri art stanno utilizzando. Che tristezza.

Da chi è ispirato Giovanni Mulazzani? Da Milton Glaser, Brad Holland, Heinz Hedelman, Ferenc Pinter. Ma soprattutto dalla grande arte classica italiana, da Piero della Francesca a Caravaggio. Chi si ispirerà a lui ?